Micam: cala la produzione made in Italy nel 2019. Inizio 2019 con cautela
12/02/2019
 

 
L’intero anno chiude, nelle stime di preconsuntivo, con un calo in volume della produzione Made in Italy (-2,6%) e dell’export (-2,3%), pur con segni positivi in valore, in virtù dell’aumento dei prezzi medi. Tale andamento divergente tra quantità e valori, se da un lato conferma l’eccellenza riconosciutadai buyer esteri alla produzione italiana – l’export, con circa 9,6 miliardi di euro, ha raggiunto l’ennesimo record assoluto, anche al netto delle dinamiche inflattive – dall’altro ribadisce il ruolo ormaideterminante nei risultati settoriali svolto dai grandi brand internazionali del lusso. Lo testimoniano gli incrementi nuovamente a doppia cifra dei flussi verso la Svizzera (utilizzata dalle griffe quale piattaforma logistico-distributiva) e l’impennata del prezzo medio della Francia.
 

Analizzando i mercati e le aree di destinazione, il 2018 registra anzitutto la nuova frenata della Russia (-14,3% in quantità nei dati ufficiali Istat dei primi 10 mesi): le vendite attuali sono pari alla metà dei livelli 2013, con pesanti ripercussioni nei distretti particolarmente votati a quest’area.
 


Andamenti disomogenei nella UE (dove sono dirette 7 calzature su 10 vendute all’estero): tengonoGermania (+2% in volume, nostro primo mercato per numero di paia) e Regno Unito, ma si registrano flessioni nelle quantità per gli altri principali paesi (Francia, che è il primo cliente in valore, Spagna, Belgio, Olanda). Incrementi dell’export si evidenziano invece in America settentrionale (+7,6%, pur con prezzi calanti) e nel Far East (dove svettano Cina e Sud Corea).

 

Si ridimensiona lievemente (anche per il concomitante aumento dell’import in valore) l’attivo del saldo commerciale, che dovrebbe attestarsi a 12 mesi a 4,45 miliardi di euro (-2% sul 2017).
 

In Italia, i dati sugli acquisti delle famiglie riferiti ai primi 11 mesi non mostrano alcun segnale di risveglio: -0,9% in volume e -0,3% in spesa. L’unico comparto in crescita risulta quello delle scarpesportive/sneakers.
L’ennesimo rinvio della ripresa e il peggioramento del quadro economico hanno avuto pesanti ripercussioni sul tessuto produttivo e sulle dinamiche occupazionali. Il numero di imprese attive,secondo i dati camerali, segna a consuntivo 2018 un’ulteriore non trascurabile riduzione (-203 calzaturifici, tra industria e artigianato, rispetto al 2017, pari al -4,3%), con la perdita di 920 occupati (-1,2%). Il crollo delle ore di CIG autorizzate nell’area pelle nel 2018 (-28%), comune a tutti gli altri settori, è legato alla riforma degli strumenti di integrazione introdotta dal Jobs Act (oltre che all’abrogazione della cassa in deroga) e non certo ad un miglioramento congiunturale.
 

Il 2019 si è aperto all’insegna della cautela: il calo nel portafoglio ordini dell’ultimo trimestre dello scorso anno (-1,2% in quantità) prefigura il protrarsi, nei livelli produttivi, della fase poco premiante sperimentata in chiusura 2018, come confermano le indicazioni degli operatori interpellati circal’evoluzione attesa nei prossimi mesi.
 



PRODUZIONE E ORDINATIVI
Nuovo stop nei volumi di output dopo il recupero del 2017 (che aveva chiuso con un moderato +1,6% sul 2016). La rilevazione campionaria condotta a gennaio tra gli Associati stima, con riferimento all’intero 2018, una flessione della produzione nazionale attorno al -2,6% in quantità, in peggioramento rispetto al primo semestre. Tale risultato fisserebbe i volumi prodotti in Italia a 185,7 milioni di paia, quasi 5 milioni in meno a confronto con il 2017.
La situazione appare, come di consueto, piuttosto disomogenea tra le imprese, anche se risultano maggioritarie (ed in aumento rispetto alle tornate precedenti) le indicazioni negative. Sfiora il 55% la quota dei rispondenti che denunciano una contrazione nei livelli produttivi (la stessa percentuale era pari al 42% nel primo semestre e al 51% nell’indaginesui primi 9 mesi). Si riducono, al tempo stesso, le risposte di incremento (fornite dal 25% del campione, con un 12% di aziende che presenta crescite superiori al 5% in volume); il restante 20% ha indicato stabilità.

L’analisi per classe di fatturato dei rispondenti mostra, in media, andamenti negativi sia per le realtà sopra i 15 milioni di euro che tra le aziende più piccole, con flessioni decisamente più marcate per quest’ultimo aggregato.
Combinando il risultato in quantità con le dinamiche di prezzo (in aumento non trascurabile sui mercati esteri a partire dal secondo trimestre 2018) si stima invece un incremento delvalore della produzione attorno al +0,7% sul 2017, ovvero a 7,85 miliardi di euro.
Il portafoglio ordini delle aziende del campione riferito al trimestre ottobre-dicembre 2018 evidenzia una contrazione complessiva del -1,2% in volume, con un’intonazione sfavorevole non solo sul versante interno (-2,5%), ma anche per gli ordinativi esteri (-0,9%).
In piena sintonia coi dati di export, le indicazioni maggiormente premianti provengono dalla raccolta ordini in Far East e USA.

 
 
INTERSCAMBIO COMMERCIALE
Le cifre ufficiali diffuse da Istat, ferme ai primi 10 mesi, mostrano un aumento dell’exportin valore del 3,9%, accompagnato però da un calo nelle quantità del -2,3%, con prezzo medio in crescita del 6,4%.
Tra gennaio e ottobre sono stati venduti all’estero, includendo le operazioni di puracommercializzazione, 176,5 milioni di paia (oltre 4 milioni in meno sull’analogo periodo2017) per un valore di poco inferiore agli 8,1 miliardi di euro, che nelle proiezioni a 12 mesi dovrebbe attestarsi a poco meno di 9,6 miliardi: cifre che rappresentano l’ennesimo recordin termini assoluti per i periodi considerati. Ciò ribadisce, ancora una volta, l’eccellenza della manifattura italiana sull’alto di gamma.

 
Cala del 4,6% in quantità l’export verso i Paesi dell’Unione Europea, malgrado una crescita del 3,6% in valore (significativo l’incremento dei prezzi medi: +8,6%). Segni positivi per Germania (+2% volume) e Regno Unito (+1,6%). Inferiori alle attese gli altri principali mercati comunitari, che flettono tutti nelle quantità (Francia -6,7%, Spagna -7,7%, Olanda -13,7%, Belgio -11,6%, Austria -3%), pur con aumenti, o comunque trend decisamente meno penalizzanti, in valore.
Maggiormente soddisfacenti le vendite extra-UE che, oltre ad un incremento del 4,3% in valore, segnano un +2,9% in quantità.
A trascinare le esportazioni fuori dall’Unione l’ennesima performance brillante della Svizzera (+14,2% in volume, +17,1% in valore), destinazione del crescente terzismo effettuato dai calzaturifici italiani per le griffe del lusso.

Positive le vendite in Far East (+3,1% in quantità globalmente), grazie soprattutto a Cina (incrementi prossimi al 20%, sia in volume che valore) e Corea del Sud (+6,7% volume), che hanno compensato i trend negativi di Hong Kong (-7% in quantità) e Giappone (-2,2%). Relativamente a quest’ultimo, l’entrata in vigore del trattato di libero scambio con la UE puòrappresentare una grossa opportunità per gli operatori italiani: malgrado i lunghi tempi concui si perverrà alla completa liberalizzazione, l’abolizione delle quote e la progressivariduzione dei dazi renderanno più accessibile questo importante mercato.
Bene l’America settentrionale, +7,6% in volume e +0,8% in valore, con gli USA che evidenziano un +5,8% nelle paia e il Canada, rilanciato dall’entrata in vigore provvisoria delCETA, un ben più cospicuo +21,6%.
Non mancano però le preoccupazioni, in primis per il nuovo arretramento della Russia: dopol’iniziale recupero del 2017, nei primi 10 mesi 2018 fa segnare un -14,3% in quantità, con un ulteriore peggioramento, dunque, a confronto col -9,6% registrato nel primo semestre. Non riparte nemmeno il Medio Oriente (-10% in volume nell’insieme), dove gli Emiratistentano ancora (-4,2%) e si distingue in negativo l’Arabia Saudita (-19%).

L’analisi delle esportazioni per tipologia mostra per le scarpe in pelle dinamiche peggiori rispetto alla media (-4,3% in quantità e +0,4% in valore). Solo un comparto, quello delle calzature in tessuto, presenta un segno positivo in volume (+3%); gli altri arretrano con variazioni comprese tra il -0,9% del sintetico e il -5% della pantofoleria, che cala anche in valore (-8,7%).

Tra le scarpe in pelle prevalgono i segni negativi, soprattutto nelle quantità: -4% per i sandali; -5,8% per le calzature basse da passeggio (invariate in valore); -5,6% per le voci che ricoprono la caviglia (scarponcini e stivali, che crescono del 3,1% in valore). Risultati favorevoli, invece, per le calzature di sicurezza con puntale protettivo di metallo: +3,6% volume e +8,9% valore.
 
 
 
La disamina per segmento/utilizzatore evidenzia, dopo un lungo periodo di difficoltà, una ripartenza per le scarpe da bambino con tomaio in pelle (+4,4% nelle paia) e andamenti penalizzanti per quelle da uomo (-4,1%, benché in aumento in valore, +2,4%) o destinate alla clientela femminile (-8%, con un -2% in valore).
Con riferimento all’import, i primi 10 mesi mostrano un lieve consolidamento in volume (+1,3%), con un più marcato +10,3% in termini di valore rispetto a gennaio-ottobre 2017 (+8,9% il prezzo medio, attestatosi a 14,92 euro/paio, un terzo cioè quello dell’export).Incremento del 4,9% per i flussi dalla Cina, da cui provengono 4 calzature su 10 importate, ma con prezzi medi in diminuzione del 6,4%. Cali superiori al 10% in volume per le importazioni da Romania e Vietnam, e attorno al -20% dai Paesi Bassi. Forte crescita invece,nell’ordine del 30% in quantità, dei flussi da Francia e Germania.
La disaggregazione per materiale di tomaio mette in luce flessioni in volume per le scarpe in pelle/cuoio (-3,8%) e per quelle, residuali, in gomma (-13,7%). Pressoché stabile il sintetico. Aumenti per le calzature in tessuto (+7,8% in quantità) e per la pantofoleria (+6,6%).
Il saldo commerciale settoriale mostra nei primi 10 mesi 2018 un attivo di 3,65 miliardi di euro, con una contrazione tendenziale del -2,8%. Un risultato che conferma comunque il calzaturiero al 7° posto per saldo tra i 99 capitoli di cui si compone la nomenclatura doganale.
 
 
 
CONSUMI DELLE FAMIGLIE ITALIANE
Nessun apprezzabile miglioramento per il mercato italiano che, nonostante l’andamento penalizzante dell’ultimo decennio, riveste un’importanza strategica per i produttori nazionali,costituendo tuttora il loro terzo mercato di sbocco, sia in volume che in valore.
Il fashion consumer panel di Sita Ricerca mostra un calo degli acquisti delle famiglie nei primi 11 mesi 2018 pari al -0,9% in quantità, con un -0,3% in termini di spesa. Sempre grandel’attenzione al fattore prezzo (+0,6%), con un ricorso frequente a saldi e svendite (che pesano per oltre la metà sulle vendite complessive).

Tra i comparti, gli unici segni positivi si evidenziano per le “sportive e sneakers” (+3,6%nelle paia e +2,1% in valore). Riduzioni in volume attorno al 3% per le calzature donna, per quelle da uomo (stabili però in spesa) e per la pantofoleria; -1,4% per le scarpe da bambino. Le indicazioni preliminari relative a dicembre escludono purtroppo stravolgimenti di sorta rispetto al trend dei mesi precedenti.
Per quanto riguarda l’andamento degli acquisti per canale di vendita, pur in assenza ancora di dati a consuntivo annuo, dovrebbero trovare conferma le indicazioni emerse nel primo semestre, con flessioni per il dettaglio tradizionale e trend favorevoli invece per catene dinegozi e shopping online. Quest’ultimo, che nel 2013 deteneva una quota di appena il 3,6% sul totale spesa, pesava nel primo semestre 2018 il 10%.
 
 
 

Per quanto concerne il numero di imprese attive, si registrano saldi negativi sul 2017 per tutte le sette principali regioni a vocazione calzaturiera. Emilia Romagna e Lombardia sono quelle con le contrazioni più modeste in termini assoluti (-10 e -12 aziende); attorno alle 20 unità le riduzioni per Puglia e Campania. Non trascurabili infine quelle di Veneto (-43) Toscana (-65) e soprattutto, come anticipato, Marche (-138 aziende), che presentano anche la contrazione più pesante in termini percentuali (-4,1%).
Relativamente agli addetti, 5 delle 7 regioni calzaturiere hanno chiuso l’anno con una flessione rispetto a fine 2017; solo Puglia e Lombardia hanno infatti evidenziato un trend positivo. In Veneto (-355), Campania (-389) e Marche (-1.116 addetti, tra calzaturifici e produttori di componentistica) le perdite più rilevanti.
Il trend sfavorevole delineato dalla banca dati camerale trova conferma nell’indaginecondotta tra gli Associati: per il 2018 le imprese del campione mostrano nell’insieme un calodegli addetti nell’ordine del 2%. La riduzione della forza lavoro è stata segnalata da metà delle aziende raggiunte, ma per il 28% dei rispondenti si è trattato di un calo contenuto entro le 3 unità. Il 23% ha indicato una stabilità nel numero di dipendenti rispetto a fine 2017; il restante 27% una crescita.
Per la grande maggioranza dei rispondenti (70%) i livelli occupazionali di fine 2018 rimarranno invariati nel primo semestre 2019, anche se il numero di coloro che si attendono una diminuzione (19%) è quasi il doppio rispetto a quanti prevedono un aumento (11%). Verosimile pertanto un’ulteriore lieve flessione.
Va infine sottolineata in chiusura, ancora una volta, la scarsa significatività della forte riduzione (-28%) delle ore di Cassa Integrazione Guadagni autorizzate nel 2018 nella Filiera Pelle (in linea peraltro con quella registrata per il Totale settori italiano, -38%): essa è dovuta agli effetti congiunti della riforma degli strumenti di integrazione salariale introdotta dal Jobs Act – maggiori ostacoli all’accesso, costi più elevati e nuove regole sulla durata massima – e all’esaurimento della CIG in deroga (-98%) previsto dall’apposita norma che l’ha abrogata.
Si deve inoltre precisare che queste cifre non considerano le ore autorizzate di FIS-Fondo di Integrazione Salariale e di altri Fondi di Solidarietà (dati non diffusi dall’INPS), come pure le prestazioni erogate dal Fondo di Solidarietà Bilaterale per l’Artigianato (FSBA).
Tornando alla CIG, sono state concesse per l’Area Pelle 6,6 milioni di ore contro i 9,1 milioni del 2017 e i 13,3 del 2016.
La diminuzione è comune a tutte le principali regioni calzaturiere, con la sola eccezione del Veneto (+26,4%). Calano sia la CIG straordinaria in senso stretto (-24%) che, in misura meno drastica, quella ordinaria (-10,6%).

Per effetto di tali dinamiche, le ore concesse nel 2018 sono tornate al di sotto (18% in meno) dei livelli di dieci anni addietro (2008), prima cioè dello scoppio della crisi economica mondiale: solo il numero di ore di CIG ordinaria risulta più alto (17% in più) di allora.




 
 
 
 
 
 
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